“Intrecci di famiglie”: cosa ci siamo persi sul fenomeno delle “badanti”?

intreccioCosa non abbiamo considerato sul fenomeno migratorio che interessa lavoratori – nella fattispecie donne – che arrivano nelle nostre società per svolgere il ruolo di assistenti familiari (le cosiddette “badanti”)?

La prima considerazione, più intuitiva, è quella che riguarda il nostro sistema di Welfare, le cui lacune e la cui incapacità di colmare buona parte dei bisogni assistenziali hanno fatto sì che questo fenomeno si sviluppasse e si diffondesse.

La seconda, molto meno ovvia dal nostro punto di vista, riguarda proprio lo scenario sociologico che si è venuto a creare nel momento in cui donne provenienti da diversi paesi sono approdate nel nostro per un tempo indefinito, “lasciando indietro” le loro famiglie per svolgere lavori di assistenza e cura. Cosa succede a queste famiglie? Quali bisogni sociali sono stati scoperti e quali vantaggi esistono per le nostre famiglie? Sono questi alcuni degli interrogativi dai quali ha preso le mosse il convegno “Intrecci di famiglie. Le famiglie italiane e delle assistenti familiari (badanti): uno scenario complesso”, organizzato dalla Caritas Decanale di Monza e tenutosi lo scorso 27 ottobre.

Una giornata formativa ricca, studiata per “sciogliere” questo intricato quadro sociale che si è affermato oramai da parecchi anni al fine di isolarne le componenti sociologiche, psicologiche ed etiche per comprenderne meglio le caratteristiche, le conseguenze e le prospettive future.

Molti i relatori coinvolti, fra i quali Paola Bonizzoni (1), il cui intervento si è concentrato sulla disamina sociologica di questa migrazione al femminile e sull’analisi di quelle che ha definito “famiglie transnazionali”, ovvero famiglie che si estendono oltre i confini nazionali, costrette a mettere in atto una serie di negoziazioni per prendersi cura dei propri familiari. Gestire contemporaneamente le difficoltà di un lavoro di cura e colmare la distanza dalle famiglie è una sfida difficile per queste donne, che spesso possono affidarsi ai soli mezzi tecnologici per esercitare il loro ruolo di madri. Abbandonando modelli tradizionali di gestione familiare e perdendo i loro riferimenti culturali, si trovano costrette a reinventare nuovi esempi di genitorialità e a riconfigurare i loro legami affettivi, attraverso il tempo e la distanza.

A questa analisi globale del fenomeno si è poi inserito l’intervento di Paolo Boccagni (2) che ha utilizzato un approccio più psicologico e più individuale per riferirsi al problema. Si tratta dell’aspetto forse più trascurato del fenomeno, quello del benessere e della ricerca della felicità personale di queste donne. A partire dall’onerosità del lavoro di cura e dalla scarsa considerazione sociale che le assistenti familiari hanno nei nostri paesi, dove si può inserire la ricerca di benessere? Ci può ancora essere spazio per la felicità? Boccagni ha rilevato come spesso per queste donne il benessere abbia una connotazione minimalista: “se la mia famiglia sta bene, allora io sto bene”, diceva qualcuna intervistata. Quando poi ci sia spazio per un desiderio maggiore di felicità, che non sia ai minimi termini, si tratta poi di un benessere quasi sempre postposto, proiettato verso il futuro: ci si sacrifica nel presente per godere dei benefici domani. Una condizione che Boccagni ha definito “gioco a somma zero” proprio per la sproporzione fra impegno profuso e guadagno ottenuto.

Il fatto poi che quello delle assistenti familiari sia un fenomeno spontaneo, sviluppatosi autonomamente e senza regolamentazione o controllo istituzionale, ha permesso alle famiglie di fare delle richieste sempre più onerose a queste donne, sia in termini di carico di lavoro, sia in termini di coinvolgimento emotivo. Infatti, come ha fatto notare Claudia Alemani (3), i componenti della famiglia che “assumono” queste donne danno loro un incarico parecchio gravoso, che oltrepassa il limite del lavoro di cura e di accudimento e sconfina in qualcosa che poco si coniuga con i doveri di una professione, cioè la capacità di premura, di occuparsi dell’anziano con attenzione, interesse, affezionamento e amore. I “datori di lavoro” esigono che l’anziano sia trattato nel miglior modo possibile, ma non gradiscono che l’affetto che si viene a creare arrivi a sostituirsi a quello dei familiari, contribuendo a far vivere queste donne in situazioni di forte contraddittorietà.

Il sistema a tre che coinvolge i familiari, l’anziano e la caregiver è un sistema sbilanciato, sostiene la Alemani, incapace di arrecare benessere a nessuno dei componenti. Ciascuno vive una situazione di sofferenza: i familiari sono preoccupati per l’anziano e hanno paura di perdere la badante; quest’ultima vive in solitudine le difficoltà del lavoro di accudimento ed è sommersa da una mole di lavoro per tutta la durata del giorno; l’anziano, per parte sua, si trova ad essere “invaso” nella propria casa e assistito da una persona a lui estranea. Questo modello di assistenza, ancora molto diffuso e in aumento, è secondo la docente del tutto inefficace, oltre che poco sostenibile in futuro, quando il numero degli anziani sarà aumentato. In una situazione tale, suggerisce di ripensare al nostro modello di welfare e di riflettere su una soluzione che raccolga tutte le forze in campo piuttosto che contribuire a disperderle. I nostri interventi di assistenza sono troppo frammentari, troppo “molecolari”, dice la Alemani, da necessitare di una regia, di un coordinamento che unifichi tutte le azioni e che sia in grado di mantenere il controllo sui bisogni sempre crescenti, una capacità orchestrale che lei individua nel pubblico piuttosto che nel privato.download

Nel portare verso la conclusione la giornata di convegno, Giovanna Perucci (4) ha riflettuto poi sulla complessità e sull’intreccio di relazioni che caratterizzano la scena della cura. Attraverso la metafora del teatro, la Perucci ha ricordato come quello dell’accudimento non sia un problema che resta confinato alla relazione triangolare “familiare-assistito-caregiver”, ma è un fatto che ci riguarda tutti, come membri di una società che sta progressivamente invecchiando e che manifesta già un bisogno che eccede le possibilità di assistenza oggi presenti. Siamo dunque tutti “in prima fila”, come in un teatro, continua la psicologa.

Un fatto curioso sul quale la Perucci ha poi riflettuto è la totale mancanza di identificazione che queste donne hanno rispetto alla loro categoria professionale: “faccio la badante, non sono una badante”, si sente dire spesso. La necessità di distinguersi da questa categoria e lo scollamento che vivono fra la propria identità e la loro professione è indicativo di come non si riescano a gestire tutte le difficoltà del lavoro di cura, di come si senta il bisogno di “staccare” da una condizione di lavoro troppo opprimente. Fra tutti i disagi che il lavoro di cura può arrecare, uno fra tutti è proprio l’“invisibilità”. Come ci ha fatto notare la Perucci, il caregiver è invisibile nella misura in cui svolge un lavoro che sembra non produrre nulla: più è ben fatto e meno si nota; è invisibile poiché è una figura poco riconosciuta a livello sociale, che spesso opera al di fuori della regolamentazione e della legalità; è invisibile perché svolge il proprio lavoro in solitudine, all’interno delle mura di una casa; è invisibile anche agli occhi dell’anziano, che spesso non percepisce le difficoltà di chi gli presta assistenza. La pretesa di amorevolezza che avanzano i familiari viene poi a scontrarsi con l’aspetto più saliente e meno considerato del lavoro di cura, quello di essere una forma di accudimento in termini non di progresso ma di involuzione, visto che è sempre un accompagnare al morire. Un’altra difficoltà dell’assistenza, continua la Perucci, è anche quella di scontrarsi con una serie di “perdite”. Si perde ogni giorno un pezzo di vita con la propria famiglia, la propria leggerezza, la progettualità e la lucidità sul proprio futuro, la reciprocità di un rapporto interpersonale e, infine, si perdono le persone di cui ci si prende cura. Il confronto col dolore è dunque una costante delle vite delle assistenti familiari, che spesso non godono di molti strumenti per “smaltirlo”, finendo per appesantirsi sempre di più e per diventare sempre più svuotate emotivamente.

Insomma, sono tanti i risvolti del lavoro di accudimento, tanti i tasti che vengono toccati, troppi per essere citati tutti in questa sede. Quel che tuttavia resta da questa giornata di formazione è proprio il maggiore senso di responsabilità che ci ha lasciato. L’averci messo in chiaro come un quadro sociale di tale complessità non possa trovare soluzione da solo, ma necessita della nostra attenzione e partecipazione per trovare una soluzione comune. Riadattando una celebre frase di De Andrè:

anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Note

(1) Docente di sociologia dell’Università Statale di Milano.

(2) Docente di sociologia all’Università di Trento.

(3) Docente di pedagogia all’Università di Milano Bicocca.

(4) Psicologa e consulente Area anziani e famiglie presso Caritas Monza.


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