“Detachment” – Il distacco

Detachment_posterUmanità e cura nel cinema

Mi sono da poco lasciata incuriosire da un film del 2011, diretto da Tony Kaye: “Detachment”. Ho subito pensato che avesse un titolo suggestivo, intrigante. La parola “detachment”, che significa “distacco”, è infatti abbastanza presente nel mio vocabolario e nei miei discorsi intimi. La uso come promemoria, per ricordarmi di esercitare la capacità di vedere ogni cosa nella giusta prospettiva, ben a fuoco e attraverso una “lente” appropriata. E per ricordarmi di mantenere un lieve ma costante controllo delle emozioni, per evitare di farmi stravolgere e travolgere troppo dagli eventi.

Insomma, si parla di distacco e questo già stuzzica il mio interesse. Ma in che senso? Distacco da chi o che cosa?

Allora ho cercato di scoprirlo.

A primo acchito la trama del film sembra ricalcare situazioni già note: Henry Barthes, interpretato da Adrien Brody, è un professore di letteratura chiamato a fare il supplente in una scuola americana frequentata da ragazzi “difficili”. Troviamo quindi un insegnante giovane, preparato e precario – come vuole la regola – a cui viene affidato il compito di “recuperare ragazzi irrecuperabili”.

Ma, a parte le premesse della storia apparentemente scontate, nessun altro elemento può considerarsi banale in questa pellicola. Il film presenta, con maestria e originalità, un quadro sociale profondamente nichilista e disfattista. Gli alunni di Barthes sono ragazzi abbandonati al loro destino, non hanno valori, famiglie sulle quali contare, ambizioni, desideri di miglioramento o sentimenti di riscatto. Questi giovani sono la quintessenza del degrado, del vuoto pneumatico che pervade le periferie americane.

Ma in che modo il professor Barthes si misura con questo inferno? Facile da immaginare, attraverso il distacco…

Un distacco preannunciato all’inizio del film dalla citazione di Albert Camus:

Non mi sono mai sentito allo stesso tempo così distaccato da me stesso e così presente nella realtà”.

Una frase che suggerisce fin da subito la chiave interpretativa del personaggio del professore, che vive come in una sorta di equilibrio impossibile, fra l’assenza da sé e la presenza nella realtà. Si percepisce la complessità di questo distacco, di questo modo di vivere che non dipende da una scelta consapevole del protagonista ma è il risultato di eventi traumatici legati alla sua infanzia e della sua esistenza in chiave storica.

Il distacco diventa un modo di abitare il mondo e di agire in esso, tanto è vero che è proprio attraverso quel distacco che il professore cerca di aiutare i ragazzi, per fare in modo che questi colgano almeno un messaggio importante e utile per le loro vite dalle sue lezioni.

Quel distacco, sicuramente un po’ difficile da capire, si trasforma e si rivela tuttavia nel suo vero volto, nell’incompiutezza, la quale è, forse, il vero elemento protagonista del film.

Henry Barthes impersonifica in modo esemplare questo concetto: è un supplente, una figura già di per sé incompleta, parziale per la formazione dei ragazzi. Per di più, anche le lezioni impartite agli studenti si rivelano inconcludenti e manchevoli: i messaggi che questi ricevono restano a mezz’aria, non sono inutili ma non attecchiscono in fondo. In ogni sfera della vita di Barthens si percepisce imperfezione, manchevolezza, incompiutezza per l’appunto.

Ed è proprio in questo frangente che si capisce la portata universale di questo film. Non è più solo la storia di Barthes, o di una particolare scuola americana (della quale peraltro manca una precisa collocazione geografica), ma quella che viene rappresentata e descritta è la storia di tutti noi. Questo film parla di ciascuno di noi e del nostro presente, del quale offre delle chiavi di lettura parecchio sconcertanti.images (1)

E non si limita  nemmeno a dipingere una fase storica sfavorevole, ma cerca di guardare in faccia a questa “crisi”, di affondare le mani nello sfacelo che stiamo vivendo.

Quando sembra criticare soltanto la malconcia scuola americana, questo film ci parla del generale sistema educativo a cui tutti siamo sottoposti, dell’universo di valori in base al quale veniamo formati e a cui facciamo riferimento per crescere e deliberare. Ed in questo senso ci parla di qualcosa che ci riguarda tutti, che ci coinvolge come persone, come educatori e perfino come professionisti, come esseri che vivono e lavorano in una società.

“Detachment” è un film che tratta un’infinità di cose e, a ben vedere, ci parla anche di cura e dell’attenzione che dobbiamo al prossimo e non solo perché il protagonista cerca di accudire alcune persone attorno a sé, fra le quali il nonno malato e affetto da demenza, al quale dedica ogni sforzo pur di accompagnarlo serenamente alla morte, nonostante sia stato causa dei suoi traumi infantili. Non è certamente solo per questo, ma per il senso di responsabilità che vuole risvegliare in noi, quella responsabilità che abbiamo verso gli altri (figli, fratelli, alunni, colleghi che siano…) e verso le nuove generazioni, alle quali abbiamo trasmesso solitudine e abbandono prima ancora che comprensione, appoggio, educazione.

Eppure, nel mare vasto di un nichilismo profondo esiste ancora una luce. Nelle battute finali, il protagonista legge per i suoi studenti un passo tratto dal racconto “Il crollo della casa degli Usher”, di Edgar Allan Poe:

“Durante una malinconica, buia, sorda giornata d’autunno […]mi ero ritrovato, al cadere delle ombre notturne, in vista della tetra Casa degli Usher. Non so come accadde ma, al primo sguardo verso la costruzione, un senso di tristezza insopportabile invase il mio spirito. […]. Vi erano un gelo, una prostrazione, un disgusto del cuore, una desolazione non riscattata del pensiero che nessuno stimolo dell’immaginazione avrebbe saputo volgere in qualche cosa di sublime. Che cos’era, mi fermai a riflettere, che cos’era che tanto mi snervava nella contemplazione della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; né avrei potuto afferrare le chimere che si affollavano come ombre attorno a me, mentre fantasticavo. Fui costretto ad arrendermi di fronte alla conclusione, del tutto insoddisfacente, che mentre, senza alcun dubbio, vi sono combinazioni di oggetti che hanno il potere di influire così su di noi, l’analisi di questo potere è basata su considerazioni che sono al di là della nostra comprensione. Era possibile, pensai, che una piccola differenza nell’aspetto dei particolari della scena e dei dettagli del quadro sarebbe stata sufficiente a modificare, o forse ad annullare, la sua capacità di impressionarmi spiacevolmente […]” 

Nel fare riferimento alla grande responsabilità che ci deve assumere nel guidare i giovani per fare in modo “che non crollino o gettino la spugna”, Barthens ci lascia con un’immagine ad effetto, la malridotta casa degli Usher, che più che rappresentare una visione, ritrae uno stato d’animo, un peso sul petto che, come dice il testo di Poe, forse può essere alleggerito apportando qualche piccola modifica qua e là, dei piccoli ma forse significativi cambiamenti.

La via che ci troviamo di fronte è tortuosa, quasi impraticabile, ma è necessario decidere di volerla percorrere se vogliamo migliorare anche di poco le nostre vite e quelle degli altri.


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