Architettura sociale: alternativa o dovere?

Vitruvio, nel primo secolo avanti Cristo, scriveva che l’architettura deve tener conto di tre fattori: strutturale, funzionale ed estetico. Il primo perché è bene che ciò che l’architetto costruisce stia in piedi; il secondo perché se un edificio non ha una funzione è solo una scultura gigantesca; il terzo perché se l’architetto costruisce qualcosa che non è bello si parla solo di edilizia.

Oggi vorrei parlare di architettura e “architettura sociale”. Con questo termine s’intendono costruzioni e progetti architettonici che rispondono a particolari esigenze delle persone. Ne sono un esempio i progetti di cohousing, promossi in Italia dall’associazione Demaison, di cui abbiamo parlato nei primi due numeri di CARE Magazine; oppure il quartiere di Monza denominato “Il Paese Ritrovato” e studiato appositamente per persone con demenza, sul quale era uscito un articolo nel n. 4 della rivista; o ancora le costruzioni dell’architetto Alejandro Aravena, il quale si è concentrato sulla costruzione di case dignitose per famiglie disagiate utilizzando budget irrisori.

Sembra si possano definire quelli appena citati esempi di architettura sociale perché rispondono a una precisa esigenza. D’altra parte, l’architettura risponde sempre a qualche esigenza: cosa distingue allora questi tipi di progetti da quelli comuni? E soprattutto, esiste un’architettura “non sociale”?

Wheelchair and stairsTra i fattori dell’elenco vitruviano il secondo e il terzo, funzione ed estetica, vengono solitamente pensati in maniera separata: edifici periferici, uffici, fino ai famosi “ecomostri”, svolgono la loro funzione, ma sono esteticamente nulli, se non aberranti; alcuni palazzi di alcuni decenni fa, con molti piani, sono esteticamente gradevoli ma la loro funzione è limitata, poiché per esempio i disabili non possono accedervi. Si potrebbe rispondere: “il fatto che i disabili non possano accedere non toglie che per tutti gli altri quell’edificio espleta egregiamente la sua funzione”. Di fatto, però, se una funzione è compiuta solo in parte non è propriamente realizzata. L’architettura comune, quindi, rispetto a quella sociale è meno interessata alla propria funzione?

Per capire se ciò è possibile, riflettiamo sul ruolo che l’architettura riveste, ovvero progettare e plasmare lo spazio in cui ci muoviamo. Essa è in grado di creare una realtà nuova con una piccola divisione: si pensi a una stanza che diventa due camere con un semplice tramezzo, il quale trasforma uno spazio comune, condiviso, in due spazi privati ed esclusivi, connotati differentemente non solo sulla piantina dell’edificio, ma anche nella mente di chi abita quella casa.

L’architettura definisce lo spazio nel senso etimologico della parola: caratterizza un luogo stabilendone i confini, de-finendolo. In questo modo, essa struttura non solo la spazialità che ci circonda ma anche le nostre vite.

Detto ciò, cosa plasma un’architettura con delle barriere? Banalmente, una società con delle barriere. La struttura architettonica di un luogo non è solo un modulo fisico, è un messaggio. Bisogna capire se costituisca un messaggio giusto o sbagliato. Non voglio tracciare semplificazioni manichee, ma l’ecometro più che “funzionale ma brutto”, è  proprio sbagliato, perché ci comunica il disinteresse e la mancanza di rispetto per la realtà in cui ci collochiamo, il menefreghismo che accompagna la deturpazione. I luoghi pubblici con barriere architettoniche non sono “belli ma con barriere”, sono sbagliati, perché comunicano che non è importante che tutti godano di quel posto. E impedire l’accesso fisico a delle persone è come negar loro i diritti civili, anche se la seconda può sembrarci più grave, forse per un retaggio culturale che dipinge lo spirito come più elevato e importante del corpo: entrambe le negazioni sono impedimenti alla libertà individuale.

Di conseguenza, così come l’architettura sociale, anche l’architettura comune deve preoccuparsi sempre della propria funzione. D’altronde, basta rifarsi alla definizione iniziale di Vitruvio: l’architettura è un insieme di tre fattori. Se ne manca uno, non si può realmente parlare di architettura. E la funzione, rappresentando la componente sociale, deve tenere conto dei bisogni della società. Di tutta la società. Anche Il Paese Ritrovato citato sopra, il quartiere di Monza costruito appositamente per i malati di demenza, sembra a prima vista un qualcosa “in più”, ma in realtà sopperisce a una mancanza, quella di luoghi adatti a una fetta della popolazione, solitamente non inclusa nei sondaggi e considerata irrilevante, che però ha diritto a spazi adeguati quanto le altre categorie.

In conclusione, non è l’architettura sociale ad avere qualcosa in più, ma quella “non sociale” a essere mancante. L’architettura sociale, forse, dovrebbe chiamarsi semplicemente architettura.


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