Pet-therapy: non solo animali da compagnia

pet-therapyLa pet therapy, o zooterapia, vanta una storia pluridecennale e differenti approcci. Gli effetti benefici della compagnia degli animali sono riscontrabili anche nella vita di tutti i giorni; la pet therapy si propone però obiettivi precisi e modalità specifiche d’azione, o almeno così dovrebbe fare.

Principalmente, la pet therapy va ad agire sul piano relazionale, stimolando la socialità di quei pazienti con difficoltà nel rapportarsi agli altri (non a caso è largamente praticata con chi è affetto da autismo): l’animale riesce a stabilire un contatto più diretto con il malato, senza il disagio e le complicazioni che emergerebbero solitamente in un essere umano. Tuttavia, la terapia con gli animali nel corso del tempo ha dimostrato di esercitare un’influenza positiva anche sui pazienti con ritardo mentale e su quelli con disabilità fisiche. Inoltre, comportando spesso attività fisica (in chi può), spingendo le persone a camminare con l’animale, o addirittura correre, la pet therapy si rivela utile anche per i pazienti cardiopatici, con effetti come la riduzione della pressione arteriosa e l’abbassamento dei livelli ematici di glicemia. In generale, poi, la presenza di un animale smorza solitamente stati di ansia e stress, grazie soprattutto a forme di contatto piacevole come l’accarezzamento.

Parlando di questa “terapia dolce”, come viene definita, sono necessarie però delle premesse fondamentali, nel caso qualcuno voglia proporla. La più importante è che non si può metter su una zooterapia soltanto perché si ha un cane o un gatto e una persona malata. Non si tratta di un semplice affiancamento degli uni all’altro: non si può improvvisare una pet therapy. Innanzitutto per il bene dell’animale, dato che servono individui fisicamente e psicologicamente pronti a un lavoro del genere: i cani da terapia (parlo dei cani perché sono gli animali più largamente usati nella disciplina) sono lungamente addestrati a sopportare ambienti confusionari, persone che urlano, mani poco delicate, nonché lo stress di affiancare i pazienti. Infatti, se l’animale arriva là dove non arriva l’uomo spesso è proprio perché riesce a empatizzare molto di più, il che lo espone maggiormente allo stress in situazioni di malattia e sofferenza.

Tutto questo dimostra che è bene affidarsi a esperti prima di praticare una zooterapia anche per il bene del paziente, poiché se non ci sono al suo fianco animali adeguatamente addestrati potrebbero non avverarsi gli esiti sperati, o nel peggiore dei casi verificarsene di spiacevoli (mettere un cane giocherellone al lavoro con un bambino iperattivo può rivelarsi una catastrofe!).

In secondo luogo, è importante ricordare che la pet therapy, per portare a risultati realmente terapeutici, deve strutturarsi come una co-terapia: per quanto portare dei cani in una struttura per anziani possa ravvivare l’ambiente e dei bambini possano divertirsi un mondo nel giocare con degli animali, queste azioni, limitate a sé stesse, non sono propriamente dei percorsi di pet therapy. Rientrano forse più propriamente sotto la categoria delle attività educative e ricreative. La pet therapy praticata con malati terminali, con pazienti autistici, o casi simili, costituisce una componente di un programma più ampio, il quale chiama in causa molte figure professionali, dal medico, allo psicologo, al veterinario agli educatori (dei cani e delle persone), che insieme architettano un piano d’azione.

In generale, si può dire che la compagnia degli animali ha sempre allietato gli esseri umani, e tale effetto può estendersi da semplice rallegramento in giornate altrimenti spente a tassello fondamentale nel rompere il muro che una malattia può costruire attorno a un paziente. L’importante, quando si introducono animali nei contesti di cura, è avere chiaro in mente a quale livello di questa scala vogliamo puntare, organizzando il lavoro di conseguenza.

Le massime preoccupazioni devono essere il benessere del malato e quello dell’animale: stabilendo con precisione e onestà le capacità, i mezzi e gli obiettivi di cui siamo armati possiamo agire al meglio in funzione di entrambi.

Qui di seguito un articolo sulla pet therapy con i cani molto interessante, nonché estremamente schietto, firmato da qualcuno con competenze ben maggiori delle mie, che è stato anche fonte d’ispirazione per questo articolo:

http://www.tipresentoilcane.com/2014/04/01/zooantropologia-anzi-cinoantropologia-e-pet-therapy-secondo-me/


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