Quando si può parlare di “buona formazione”?

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Circa un anno fa ci trovavamo nella Casa di Riposo della città di Asti, a intervistare gli operatori e i responsabili della struttura su alcuni problemi tanto sentiti nel settore: stress lavoro-correlato, burnout, motivazione verso il proprio lavoro. Tra i commenti emersi, ce n’è uno che mi ritorna spesso in mente:

 

“Nel nostro lavoro non si deve perdere l’entusiasmo, ci si deve sforzare di rinnovarlo, a tutti i costi. Certo, è chiaro che per fare questo bisogna trovare i canali giusti… le persone giuste, ma soprattutto la formazione giusta…”

Vien da chiedersi: che significa formazione “giusta”? Che genere di formazione serve per chi si trova fianco a fianco, ogni giorno, con la fragilità umana? Ovvero, quali competenze deve possedere – o riuscire a sviluppare – chi opera nel settore sociosanitario?L’argomento è estremamente vasto e non ho la pretesa di esaurirlo in questo breve articolo. In questa sede voglio soltanto proporvi due spunti di riflessione.

Per il primo spunto devo ringraziare la Dott.ssa Barbara Tibaldi, che sul n. 3 di CARE Magazine ha dedicato un articolo proprio a questo argomento [“Quale formatore per il sociale?”(1)], nel quale sottolinea l’importanza di formare le persone non solo al “saper fare”, ma anche e soprattutto al “saper essere”. L’operatore che “sa essere”, sarà dotato di competenze che hanno a che vedere con la sua capacità empatica e di ascolto attivo, ma non solo. Avrà altresì sviluppato una buona capacità di osservare e di mantenere quella “giusta vicinanza”, tale da riuscire ad accogliere l’altro senza però finire per smarrire sé stesso, nonché una certa consapevolezza sul proprio ruolo, sulla propria funzione, sugli obbiettivi che sono realmente in proprio potere. In sostanza, un’attività formativa che voglia essere efficace – dice l’autrice – non può escludere molte ore dedicate allo sviluppo di queste competenze “relazionali”.

Sembra quindi che il “buon formatore” non abbia semplicemente il compito di trasferire nozioni tecniche, cioè di essere carico d’informazioni da trasmettere agli uditori, come se questi fossero meri “contenitori” da riempire. Ed è proprio da questa metafora che viene il mio secondo spunto di riflessione. Se vogliamo formare professionisti capaci di ascolto, di empatia, di nuovi modelli di cura, di rinnovo continuo del proprio entusiasmo, allora dobbiamo trovare il modo di far percepire loro che questo “nuovo” è possibile, dobbiamo educarli a essere aperti alle possibilità. In questo senso, ho trovato perfettamente calzante un pensiero espresso dal Dott. Franco Iurlaro, che arriva a porre come scopo primario della formazione proprio lo svuotamento delle persone:

“È importante lo sviluppo di percorsi formativi che abbiano come obiettivo lo svuotamento dei soggetti e non il loro riempimento. Gli adulti oggi sono pieni di troppe cose, di troppi attrezzi e strumenti che non servono a comprendere e a relazionarsi con il presente e con chi lo abita. La mente degli adulti è così piena di contenuti, ideologie, pre-concetti che non c’è più spazio per il nuovo, per ciò che può accadere. La realtà ha bisogno di spazi di possibilità dove potersi esprimere. Formarsi, crescere come adulti, significa allora fare posto, svuotare, riorganizzare meglio il nostro sapere in modo da trovare angoli e stanze libere per accogliere ciò che nasce dall’esperienza del reale.”

“Fare posto”, “svuotare” e “riorganizzare il proprio sapere”, dunque, imparando ad aprirsi con umiltà a nuove prospettive possibili, all’altro che ci troviamo di fronte. Per tornare alla domanda iniziale, quindi, probabilmente non esiste la formazione “giusta” in senso assoluto, cioè valida per tutti e per qualunque epoca, ed è per questo che nostro dovere è aprirci a nuove prospettive non solo su noi stessi e sul nostro ambiente di lavoro, ma anche – dobbiamo dirlo – sul modo stesso di fare formazione, cioè sulla formazione in sé stessa.

A questo proposito, voglio concludere non con una considerazione, ma con un invito. L’invito a contribuire a questa riflessione, a collaborare con noi in questa ricerca sulla “buona formazione”, della quale potranno poi beneficiare tutti i professionisti attenti e sensibili che ci seguono. Noi ci siamo attivati organizzando un tavolo di lavoro proprio su questo tema, al quale si potranno sedere al massimo dieci partecipanti. Se sei interessato a partecipare a questa ricerca, il lavoro si svolgerà il 5 Aprile a Piacenza (h. 9 – 13), e avrà questo titolo:

«L’importanza di una ‘buona formazione’. Come garantirla? Quali nuovi strumenti e possibili sviluppi?»

Se l’idea ti interessa, lascia un commento a questo articolo o scrivici una mail (info@editricedapero.it)… lavorando insieme abbiamo più possibilità di costruire un futuro dei servizi più attento ai bisogni reali di chi li abita!

 

Note:

(1) B. Tibaldi, Quale formatore per il sociale, in «CARE Magazine», I (2016), n.3, p. 14.

(2) F. Iurlaro, Il personale nelle RSA e nelle strutture per anziani. Organizzare, gestire e valorizzare il lavoro socio-sanitario, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2010, p. 205.


4 thoughts on “Quando si può parlare di “buona formazione”?

  1. Mi piace molto l’articolo. Sono una formatrice per oss e coordinatori e ciò che scrivi traduce ciò che cerco di fare da anni, cioè “insegnare ad imparare”. Io credo che per insegnare ad imparare ed essere buoni formatori dobbiamo partire da noi stessi, usare noi, per primi, più pancia e meno testa. Quando siamo in aula, non dobbiamo vergognarci di emozionarci, di muoverci, di coinvolgere e di invitare le persone alla riflessione ed alla crescita personale, più che ad acquisire nozioni. Le nozioni solo solo un piccolo spunto di partenza da cui far nascere nuovi mondi, nuovi pensieri e, di conseguenza, nuovi modi di approcciarsi all’altro. Se mi prendete, sarò con voi a Piacenza il 5 aprile.

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    1. Grazie Manuela. Hai colto perfettamente ciò che cercavo di esprimere… Senz’altro ci fa piacere averti con noi il 5 Aprile! Scrivimi una conferma per mail (giulia@editricedapero.it) che ti spiego meglio i dettagli della giornata di lavoro. A presto

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  2. Una breve riflessione sull’articolo di Giulia Dapero

    Il tema posto da Giulia e soprattutto la modalità laica con cui lo pone a mio avviso è cruciale nel sistema di organizzazione dei servizi sociosanitari in questo Paese.
    Se guardiamo al mondo sociosanitario nel suo complesso, se osserviamo a come sono organizzati i modelli assistenziali prevalenti, se avessimo la possibilità di fotografare lo stato della cura della fragilità in Italia -nonostante tante esperienze positive- avremmo davanti a noi l’immagine di un modello stantio, datato, burocratico, costoso, con pochi tratti di umanità, pochi spazi di creatività, sanitarizzato fino al midollo, che ha smarrito la logica del buon senso e che sovente mostra, sottoforma di notizie di cronaca che ci raccontano di maltrattamenti, momenti di autentico cortocircuito.
    Io penso che tutto questo interroghi pesantemente anche il modello della formazione nelle strutture sociosanitarie. Quindi la domanda sulla buona formazione è un quesito centrale. Oggi la vita nelle RSA italiane è una sorta di punto di ebollizione -per dirla con Keruac- un luogo dove sia le persone residenti, sia le persone addette alla loro cura vivono una situazione sempre più critica. La popolazione delle case di riposo negli ultimi 15 anni è radicalmente mutata, ad esempio la percentuale di persone che convivono con gravi forme di demenze aumenta sempre più ridisegnando bisogni e competenze necessarie.
    Esiste una relazione tra l’efficacia della formazione e la qualità dell’assistenza? Esiste una relazione tra una buona ed efficace formazione e il benessere organizzativo delle strutture? Esiste una correlazione positiva tra buona formazione e modelli organizzativi “immuni” da vicende come quelle dei maltrattamenti e da situazioni di forte stress degli operatori? Se si ritiene di si, la discussione sulla buona formazione parte da un punto di forte criticità sulla stessa.
    Lavoro in RSA da quattro anni e mi riconosco profondamente nell’affermazione citata all’inizio dell’artico di Giulia:
    “Nel nostro lavoro non si deve perdere l’entusiasmo, ci si deve sforzare di rinnovarlo, a tutti i costi. Certo, è chiaro che per fare questo bisogna trovare i canali giusti… le persone giuste, ma soprattutto la formazione giusta…”
    Partirei proprio da questa necessità per affermare, non solo in virtù della mia modesta esperienza personale ma anche in relazione a quanto si apprende “girando” questo mondo: la formazione che va per la maggiore nelle RSA di tutta italia non è “Buona”. Sono ancora troppo puntiformi le esperienze innovative sul tema. Vi sono ma non sono ancora abbastanza!
    Da dove partire allora per superare quella formazione classica fatta di sequenze di slides sempre meno accativanti, soprattutto se svolta dopo un turno di lavoro di 7 ore (iniziato alle 6:30 del mattino)? Come cambiare un modello burocratico di formazione in grado di livellare, di omologare persino le competenze degli stessi formatori?
    Bene, la suggestione dello svuotamento del dott. Iurlaro la trovo davvero interessante e mi piace intenderla come una sorta di paradigma in grado di aprire una nuova strada -o meglio battere le meno battute- fatta di semplicità e concretezza. Se guardiamo con attenzione al lavoro di cura della fragilità, non quello dei depliant e delle carte di servizi, ma quello messo in campo quotidianamente dalle persone in carne ed ossa con le fatiche e le difficoltà che implica il lavoro di relazione, ci accorgiamo della inadeguatezza di una formazione che si prefigge di contrastare il bornout ancora dissertando sul concetto (certo imprescindibile) di empatia. Quando chi è dentro avverte, appunto, la necessità dell’entusiasmo e che non può nascere certo dal nozionismo spurio figlio della formazione obbligatoria e per questo vissuta alle volte anche come un fastidio e non come una opportunità.
    Seligman ci ha insegnato quali possono essere gli sbocchi patologici del permanere di situazioni di impotenza (o inefficacia del propio lavoro che dir si voglia) ed il rischio è proprio questo, che il lavoro in RSA si trasformi in una sorta di palestra dell’ impotenza appresa. Ovvero quella condizione in cui si diffonda la consapevolezza che qualsiasi cosa io faccia non possa incidere minimamente per modificare il corso degli eventi.
    Ecco perché la buona formazione non può “occuparsi” solo delle competenze classiche come si è detto, ma deve necessariamente passare per la cura di se, l’autocura come strumento che ci aiuta a capovolgere la distanza funzionale e a sviluppare l’abilità e la capacità, per dirla con le parole dell’infaticabile Letizia Espanoli ideatrice del Sente-Mente Project (esperienza questa straordinariamente innovativa, tra i protagonisti del meeting di Piacenza), di guardare all’opportunità e alla bellezza insita nella relazione di cura. Disvelare la potenza della relazione come antidoto alle forme dell’alienazione.
    Posta in questi termini la questione della “buona” formazione ci dice di come essa sia valida anche per qualsiasi contesto lavorativo in quanto il presupposto per la gratificazione personale sul lavoro (o della propria efficacia) verosimilmente potrebbe risiedere nel proprio equilibrio interiore e nella capacità di saper stare in relazione e in dinamiche complesse.
    Ovviamente questa breve riflessione non ha nessuna pretesa di esaustività ma vuole essere semplicemente un piccolo contributo ad una discussione preliminare che prenderà corpo nel corso del Meeting a Piacenza, quindi buon lavoro a tutte e tutti.

    Vincenzo Dambrosio
    Operatore Socio Sanitario

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    1. Grazie Vincenzo. Grazie per aver speso il tuo tempo per riflettere sul tema che ho lanciato; grazie per aver scelto di condividere la tua risposta con tutti i lettori; e grazie per aver dimostrato concretamente che, se è vero che c’è ancora molto lavoro da fare, è anche vero che si sta sempre più sviluppando una comunità di professionisti del settore che ha voglia di studiare per migliorare la situazione esistente.
      Il Meeting che organizziamo ad Aprile ha proprio questo senso: dare luce a una formazione nuova, più vitale, più attenta e più efficace… Ovvero, due giornate in cui si possa tornare a casa pensando: “ok, questa volta è servito davvero partecipare a un convegno”.

      Hai scritto parole magnifiche e soprattutto per l’ultimo concetto che esprimi devo darti ragione: “la buona formazione è valida per qualsiasi contesto lavorativo”. Io e i miei colleghi non lavoriamo in struttura come te e come le altre persone a cui ci rivolgiamo con i nostri articoli/convegni/corsi… ma le problematiche che viviamo quotidianamente hanno qualcosa in comune. Lo stress e la fatica sono all’ordine del giorno ormai in qualsiasi contesto lavorativo e, come dici tu, “relazione” e “complessità” sono strettamente connesse a questi problemi. A tutto ciò che abbiamo detto, quindi, voglio aggiungere un ultimo concetto: la “buona formazione” quasi sempre nasce da quel formatore che è consapevole dei propri limiti e che a sua volta si forma, con umiltà e costanza, sapendo che per tutti noi c’è – e sempre ci sarà – qualcosa da “imparare”.

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