Il welfare in Italia: qualche riferimento storico

keyboard_of_isolation_4Per orientarsi nella rete dei servizi alla persona e per comprendere meglio le logiche del welfare è necessario tenere conto delle trasformazioni istituzionali, giuridiche e organizzative che hanno portato al modello esistente. Questo per dare profondità storica ai dati che siamo abituati a leggere, nella speranza che gli errori del passato portino a nuove e migliori strade.

È intorno agli anni ’70 che si comincia a parlare di “nuovo welfare”, poiché, conseguentemente al dibattito politico-culturale del tempo, si creano i presupposti per un welfare di tipo universalistico, cioè rivolto a tutte le persone, nel rispetto della dignità e dei diritti sanciti dalla costituzione.

Superando le logiche di beneficenza pubblica, si arriva quindi all’approvazione della legge 833 del 1978, la quale istituisce il Servizio Sanitario Nazionale. L’introduzione di questa legge resta tutt’oggi il risultato più importante dell’elaborazione politico-culturale del tempo, manifestando la necessità di porre fine a servizi sanitari frammentati, per andare incontro ad una visione universale dell’assistenza.

Questa legge si basa su presupposti importanti, quali la prevenzione, la partecipazione e la lotta all’emarginazione. Secondo quest’ultima, i servizi dovevano essere in grado non soltanto di “riparare” i danni provocati dalle patologie, ma di intervenire per eliminare le cause stesse delle malattie; dovevano poi essere capaci di inglobare i cittadini nei servizi, mediante veri e propri sistemi informativi e, infine, dovevano lottare contro l’esclusione sociale, cioè promuovere il superamento di interventi che sradicassero le persone dal proprio ambiente di vita, tanto da adottare vere e proprie politiche di “deistituzionalizzazione” per qualunque genere di utenza (da persone con problemi psichiatrici a disabili e anziani).

È per questo motivo che in questi anni viene posto l’accento sull’assistenza domiciliare, la quale ha però necessitato di essere rivista in conseguenza all’aumento del numero degli anziani, tornando ad un ripensamento della soluzione residenziale o semiresidenziale.

Di certo questa legge ha rappresentato un cambiamento importante della realtà sanitaria settorializzata del passato, ma, all’”avanguardia” sanitaria, non è corrisposta quella sociale, vanificando il tentativo di integrazione sociosanitaria.

A partire dalla metà degli anni ’80, tutte le competenze di tipo sociale vengono gestite quasi interamente dalle regioni e da enti locali. Ed è proprio in questa fase che prende vita un modello di “welfare mix”, ovvero un insieme di interventi che vedono la collaborazione crescente fra pubblico e privato. Gli enti locali cominciano infatti a esternalizzare sempre di più la gestione dei servizi, sostituendo esose risorse pubbliche con meno costose risorse private. Una tendenza destinata ben presto a manifestare i suoi limiti, essendo basata più su un processo imitativo fra enti locali, piuttosto che su un sistema di welfare mix ben progettato, o su una ben precisa visione.

Questa situazione di prestazioni assistenziali disordinate e inefficienti ha portato alla formulazione della legge 328 del 2000. Una legge che, secondo il parere di molti, si basa su un modello “municipale e comunitario” di welfare, cioè  un sistema fortemente centrato sulle competenze comunali e sulla collaborazione fra pubblico e privato, come era consueto in quegli anni. Una legge che cerca di leggere sotto un unico quadro coerente i provvedimenti disparati del passato e che cerca di sistematizzare l’intervento sociale dello stato.

Eppure, nonostante questi interventi dall’alto (la cui ricostruzione qui è solo parziale), l’obiettivo dell’assistenza sociale universalistica non è stato raggiunto e tutt’oggi non riusciamo a contare su un modello di stato sociale in grado di far fronte alle esigenze presenti e ai cambiamenti sociali. Infatti, i provvedimenti dell’attuale stato sociale rimangono di tipo riparatorio e le logiche di intervento restano prestazionali, rendendo difficili i processi di inclusione sociale.

L’attuale situazione genera – come abbiamo già detto in precedenti articoli – isolamento e disgregazione fra le famiglie, tanto da compromettere quello che il sociologo Pierre Bourdieu chiamava il “capitale sociale”, ovvero “la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento”. Il capitale sociale è un concetto che si basa sull’adesione a gruppi, al fine di ottenere benefici per gli individui. Esso è dunque una fonte per il supporto familiare e la garanzia per l’ottenimento dei servizi. Ma tale legame sociale non nasce spontaneamente, ha bisogno di una strategia di tipo istituzionale che, momentaneamente, è assente o insufficiente.

Le connessioni fra le famiglie contribuirebbero infatti a colmare, in parte, il vuoto del sistema. Ma, restando in questa situazione di “solitudine”, non si fa che contribuire al corroborarsi del senso di sfiducia sugli altri, sulle istituzioni e sulla stessa qualità dei servizi pubblici.

Inoltre, un welfare ancora prevalentemente direzionato su situazioni di emergenza e su fragilità estreme, che si dimostra non completamente consapevole dell’isolazionismo delle famiglie, porta non soltanto alla disgregazione sociale, ma determina iniquità importanti nella tutela dei diritti, la quale dipende unicamente dalla capacità dalle famiglie.

In questo quadro, dunque, emerge la necessità di un welfare che sia capace di generare valore, capitale sociale e connessioni fra le persone. Essere consapevoli del problema non è ancora aver trovato una soluzione, ma è la prima base per superare questo isolazionismo imponente e per orientare il nostro comportamento nella costruzione di un futuro adeguato.

 

Note

(1) F. Franzoni, M. Anconelli, La rete dei servizi alla persona. Dalla normativa all’organizzazione, Carocci, Roma, 2016.

(2) F. Longo (a cura di), Welfare e futuro. Scenari e strategie, Egea, Milano, 2016.


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