La musicoterapia: risonanze empatiche

“Questa macchina uccide i fascisti”: questa frase non si trovava nel libretto d’istruzioni di una pistola, ma era stampata sulla chitarra del cantante folk Woody Guthrie. Ma la musica ravviva anche, se nelle vigne di Montalcino, in provincia di Siena, le viti vengono “intrattenute” con la musica classica, che sembra faccia crescere di più e meglio l’uva. E la musica placa lo spirito, come facevano le ninnananne che ci cantavano da piccoli. Nei film, la musica mette in guardia, terrorizza. La musica smuove e commuove.

Si potrebbe esprimere tutto questo, in tutta la sua pregnanza, dicendo che la musica cura. D’altronde, la cura è qualcosa di ben più vasto della terapia, qualcosa che, per parafrasare le parole del filosofo tedesco Martin Heidegger, caratterizza nel profondo la natura umana. Cura significa accudimento, attenzione; di conseguenza, non solo è più della terapia, ma è necessaria a quest’ultima. La musica, dunque, può sortire effetti positivi per sani e malati.

Ma oltre che cura, la musica può essere anche terapia vera e propria?

La musicoterapia ha molti più anni di quanti ne dimostri, dato che il primo trattato sull’argomento risale ai primi del Settecento. Tuttavia, ancora oggi, tra i profani non se ne ha un’idea precisa. Sarà perché, come la musica stessa, si differenzia in una vera galassia di approcci e scuole di pensiero; sarà perché, essendo la musica a portata di tutti, chiunque fa con troppa facilità il balzo dalla musica alla musicoterapia; fatto sta che un po’ di chiarezza sull’argomento non può far male.

musicoterapia

Prima di tutto, bisogna chiarire che la musicoterapia non consiste nel “somministrare” la musica come una pillola: forse molti ricollegano l’idea di musicoterapia a quella dei pancioni delle gestanti con indosso delle cuffie, o alle suddette viti annaffiate con le note. La musicoterapia, però, è ovviamente qualcosa di più sistematico, con delle metodologie e dei prerequisiti ben definiti. La musicoterapia è una modalità di approccio alla persona, che utilizza il suono e la musica come strumento di comunicazione non-verbale, a scopo educativo, riabilitativo o terapeutico. Una seduta di musicoterapia può interessare, quindi, dei discenti o dei pazienti. A noi interessa soprattutto il secondo caso. Una distinzione importante, poi, è tra musicoterapia attiva e recettiva: la prima consiste nella produzione di suoni e musiche da parte dei pazienti, la seconda nell’ascolto di brani musicali o suoni. Quest’ultimo tipo può essere quello a cui forse viene più comunemente ricollegata la disciplina, pensando a delle persone che si rilasssano ascoltando musica. In realtà, per quanto il rilassamento possa essere uno degli obiettivi della musicoterapia, essa mira a molto di più.

Le sedute possono essere svolte con i singoli o in gruppo. Uno dei fini principali della musicoterapia, infatti, è sfruttare la musica come mezzo di comunicazione non-verbale: ciò che si vuole ottenere è l’instaurazione di un rapporto di fiducia tra il terapeuta e il paziente, così che quest’ultimo possa esprimere emozioni che normalmente non riesce a comunicare. Anche nelle sedute di gruppo, l’utilizzo del ritmo e dell’armonia mira a coinvolgere i partecipanti in un lavoro di assonanza reciproca.

A differenza di ciò che si può pensare superficialmente, la musicoterapia ha meno a che fare con la musica di quanto sia interessata alle persone coinvolte, al loro entrare in relazione: la musica costituisce uno spazio di gioco condiviso, il quale conduce a uno spazio di pensiero condiviso (1). Come dice il musicoterapeuta Mauro Scardovelli, “chi soffre non soffre mai solo di dolore fisico od emotivo: soffre di isolamento, di alienazione da sé” (2). La musicoterapia non mira a far conoscere Mozart o Bach alle persone, ma a sfruttare i suoni per entrare in contatto con chi, a causa di patologie di vario tipo, ha visto alzarsi un muro intorno a sé, e si sente solo nella sua sofferenza. La musica può aiutare a far sentire la propria vicinanza a queste persone, perché, continua Scardovelli, “la compassione è risonanza empatica”: per empatizzare, in pratica, bisogna “essere sulla stessa lunghezza d’onda emotiva” del paziente; e la musica è lo strumento ideale per riuscirci.

La musicoterapia, quindi, non si basa tanto su spartiti e note, quanto sul gioco di assonanze e risonanze che si generano così nel suono come tra le persone. E se questo processo comunicativo riesce a risvegliare le abilità assopite e le capacità relazionali delle persone, permettendo di ridurre in parte le terapie farmacologiche, ci sembra di poter dire che la musica, utilizzata nel modo giusto, è terapeutica.

Note

(1) F. Barale, S. Ucelli, La debolezza piena, 2012.

(2) http://www.mauroscardovelli.com/MT/Musicoterapia/MT_umanistica.html


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