La crisi dei modelli di Welfare

iformicaChe cosa vuol dire “welfare state” e attraverso quali fasi si è giunti all’attuale modello di welfare?

Il problema della tutela dei bisogni è sempre stato presente in ogni comunità organizzata. Tuttavia, è solo in seguito alla rivoluzione industriale che i lavoratori sentono l’esigenza di una protezione delle loro prestazioni che riducesse i rischi del lavoro industriale. Nascono così le prime società di mutuo soccorso, ad iniziativa operaia, fino al sorgere di una vera e propria previdenza sociale garantita dallo stato.

Ma le vere basi della nascita del cosiddetto welfare si pongono con la pubblicazione del “Rapporto della povertà” del 1942, redatto in Inghilterra da Lord Beveridge, il quale denuncia la miseria come foriera di odio e si pone contro la malattia e l’ignoranza, riconoscendo ad ogni cittadino il diritto ad una tutela minima, ad “un minimo di benessere” per tutto il corso della vita.  Si gettano così le basi per un sistema di welfare che ridistribuisce risorse indipendentemente dai contributi versati dai cittadini, attraverso l’introduzione del principio dell'”universalismo delle prestazioni”.

È facile intuire come lo sviluppo delle politiche di welfare sia avvenuto in concomitanza dell’affermarsi della democrazia e dell’acquisizione dei diritti dei cittadini, sia civili che sociali.

In questo modo modelli di protezione e previdenza sociale vanno assumendo nelle fasi storiche forme sempre più particolarizzate e specifiche, fino alla formazione compiuta del welfare e cioè – secondo la definizione di Maurizio Ferrera –  di “quell’insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, i quali forniscono protezione sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale”.

Secondo Ferrera è possibile individuare due modelli di formazione storica del welfare: occupazionale e universalistico. Il primo riguarda quei sistemi statali che adottano una ridistribuzione frammentata e temporanea delle risorse, garantendo aiuto in relazione ai contributi versati dai lavoratori. Il secondo riguarda invece quelle organizzazioni statali che ridistribuiscono risorse indipendentemente dai redditi, dalle classi sociali, dalle differenze di generazione.

Entrambi i modelli sono presto entrati in crisi poiché non hanno saputo adeguarsi ai cambiamenti storici, essendo mutate infatti le premesse socio-economiche sulle quali erano stati edificati. E purtroppo la crisi del welfare è ancora una situazione attuale, per la quale non sembrano esserci spiragli di soluzioni. È da tempo infatti che si dibatte sulla crisi del welfare senza che si trovino delle politiche capaci di rispondere in modo conforme al bisogno dei cittadini e delle famiglie.

Si parla infatti sempre di più della “solitudine” come della condizione che meglio descrive l’attuale situazione delle misure assistenziali. Una solitudine generalizzata, che riguarda primariamente le famiglie, abbandonate al proprio destino e costrette a farsi carico di ogni cura, alimentando il rischio di finire in soglie di povertà. La solitudine riguarda tuttavia anche la tipologia di interventi di assistenza, che sono sempre di più parziali e contingenti, frammentati al punto da non costituire in sé un “sistema welfare”, ma un insieme slegato di manovre di assistenza emergenziali e parziali. L’attuale sistema italiano di welfare è infatti basato su trasferimenti monetari alle famiglie, i quali alimentano un meccanismo informale di produzione dei servizi, impedendo la formazione di una vera e propria rete di erogazione dei servizi e delle cure.

Come possiamo comportarci in questa fase critica per migliorare la situazione e per non deteriorare la già scarsa fiducia negli interventi assistenziali dall’alto?

Prima di ogni cosa è necessario analizzare la situazione, capire quali sono le reali cause che hanno portato al peggioramento del welfare e porsi con un atteggiamento critico nei riguardi della faccenda.

Troppo spesso si addossano le colpe unicamente alla crisi economica, la quale ha avuto sì un ruolo centrale nel deterioramento dei servizi, ma più come catalizzatore e acceleratore dei processi che come reale causa. In secondo luogo, si deve considerare l’aumento della domanda dei servizi in seguito al cambiamento di dati sociali rilevanti, come il progressivo invecchiamento della popolazione abbinato ad un deficit di natalità e al calo della produzione, che ha indebolito le risorse destinate all’assistenza.

È dunque lo squilibrio fra bisogni e risorse disponibili che ha generato la crisi del welfare insieme all’incapacità di quest’ultimo di adeguarsi ai nuovi bisogni emergenti, ai cambiamenti sociali.

A partire da questa situazione possiamo sicuramente sperare in un miglioramento, seguendo esempi di virtù già esistenti e implementando cooperazione e collaborazione per disinnescare solitudine e isolamento, nella consapevolezza che però, per un cambiamento radicale è necessario un orizzonte di lungo periodo e non di una semplice “riforma politica”.


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