Viaggio virtuale: a bordo del treno della memoria

Viaggio virtuale: detto così può far pensare a qualcosa di fantascientifico, se non di mistico. Magari può far venire in mente i viaggi astrali, quelli che consistono nello spostamento “dell’anima” della persona, senza far muovere il corpo. In realtà il viaggio virtuale non è molto distante da una cosa del genere. Si tratta di una terapia non farmacologica, di cui abbiamo parlato già nel n.2 di CARE Magazine, che necessita di una particolare stanza per essere realizzata: un vagone ferroviario fittizio, una stanza camuffata da cabina del treno, con tanto di sedili e “finestrino”, ovvero uno schermo che proietti ciò che si vedrebbe guardando fuori dal treno. In certi casi i muri fuori della stanza sono dipinti per richiamare l’esterno del treno, oppure viene ricreata la sala d’attesa di una stazione.

A che scopo? È presto detto: uno dei problemi più pressanti per gli anziani residenti nelle strutture è la monotonia delle giornate, rotta soltanto dalle attività d’animazione. Una cosa che certamente molti dei residenti non possono più fare, comunque, è viaggiare. Ecco, il viaggio virtuale vuole far loro recuperare questa sensazione. Oltretutto, viaggiare sul treno terapeutico, come dice il nome, sortisce spesso molti effetti positivi: dai resoconti raccolti nell’articolo di CARE Magazine risultava che molti anziani affetti da alzheimer, che solitamente rifiutavano il cibo, diventavano aggressivi, non dormivano, avevano avuto discreti miglioramenti. C’è stato anche chi non è stato in grado di portare a termine il viaggio e chi ha reagito male, ma il bilancio era significativamente positivo.

Come avevamo fatto la settimana scorsa con la doll therapy, potremmo prendere in considerazione alcune critiche deontologiche. Ci si potrebbe chiedere se il viaggio virtuale non rappresenti un inganno nei confronti degli anziani. Farli “viaggiare” mettendoli davanti a un finto finestrino non è come lasciarli a guardare la televisione?

treno

Anche stavolta, dobbiamo stare in guardia dal banalizzare la questione. È vero, il treno terapeutico non si sposta di un millimetro; ma il viaggio è qualcosa di molto complesso, che chiama in causa il corpo, la mente, la relazione, e che è diverso dal semplice spostarsi, tant’è che non definiamo “viaggio” ogni spostamento. Cosa intendiamo, quindi, con questo concetto? Sicuramente un viaggio è qualcosa d’inusuale, che non si fa ogni giorno: chi dice di viaggiare per lavoro in realtà compie solo grandi spostamenti fisici quotidiani. Un’altra caratteristica del viaggio, infatti, è che esso non è un mezzo per arrivare a qualcosa, ma lo scopo. Infine, un viaggio che sia tale è qualcosa che ci mette in discussione, che mette alla prova la nostra visione del mondo.

Ecco, direi che tutte le caratteristiche elencate sono presenti nel treno terapeutico. Esso è infatti qualcosa che non viene praticato ogni giorno; in caso contrario, probabilmente, perderebbe la sua efficacia terapeutica, perché una volta che la persona si fosse ricalibrata su quella nuova quotidianità emergerebbero tutti i disturbi legati alla vita d’ogni giorno: noia, irritazione, aggressività. Non troppo diversamente da come succederebbe a chiunque di noi che, pur stando sempre in vacanza, non potrebbe dimenticare per sempre i suoi piccoli problemi di ogni giorno. In secondo luogo, il viaggio virtuale non è un mezzo per arrivare a qualcos’altro: la sua terapeuticità si esplica nello stare nel vagone, assieme agli altri viaggiatori, nel conversare e nell’ammirare dal finestrino. Anzi, forse un’esperienza del genere fa capire ancora meglio il valore del viaggio, poiché tutto il rituale si consuma nel treno, mentre molti “viaggi” compiuti in situazioni ordinarie consistono in realtà nello spostarsi nel paese da vedere, restare lì qualche giorno e ritornare indietro senza alcuna traccia di ciò che si è fatto.

L’aspetto che forse è più difficile da scorgere nel viaggio virtuale è l’elemento destabilizzante: stare un po’ di tempo in un finto vagone mette alla prova la visione del mondo delle persone? Forse no. Sarebbe chiedere troppo. Ma è anche vero che ciò che incrina le nostre idee ordinarie quando viaggiamo non è il fatto di essere in un’altra parte del mondo, ma lo scoprire come la vita è intesa in quel luogo, quali concetti dominano, come essi mettono in crisi i nostri. Allo stesso modo, per chi viaggia sul treno virtuale non è necessario arrivare in un posto per intaccare il normale ripetersi della malattia, perché ciò che cambia è la mente delle persone mentre viaggiano, quello che provano, quello che pensano, quello che ricordano.

E se alla fine il treno terapeutico non lascia mai la stazione, poco male. In fondo, come dice Francesco Guccini, nessuno può viaggiare davvero: per farlo sul serio sarebbero necessarie più vite, trascorrendone ognuna in un luogo diverso; con una vita sola a disposizione siamo condannati a essere sempre dei turisti, mai dei viaggiatori. Gli unici viaggi possibili, forse, sono proprio quelli della mente, i viaggi virtuali.


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