Welfare italiano e solitudine: come immaginare il futuro?

immagine-futuroConsideriamo brevemente le caratteristiche del nostro welfare in connessione alla storia recente.

Nei primi decenni del dopoguerra il welfare ha vissuto una fase espansiva beneficiando di una situazione economica in crescita. Ha re-distribuito risorse contribuendo a generare crescita economica e di reddito, con conseguente sicurezza dei cittadini e coesione sociale.

In seguito c’è stato il momento dei consumi di massa e il welfare si è rimodulato sulla base delle esigenze di personalizzazione e di qualità. I processi di adattamento ci sono stati, ma sono sempre stati piuttosto farraginosi e spesso segnati da eccessivo “burocratismo” e dalla tendenza, mai sopita, di generare consenso ad ogni costo senza considerare la relativa sostenibilità.

Alla fine si arriva alla crisi del 2008, che si protrae e che necessariamente modifica i fattori che compongono le possibilità d’intervento dello Stato. La crisi investe l’elemento del bilancio e ciò porta inevitabilmente a una politica di conseguenti tagli. Così si diffondono ansia sociale e paura vera e propria di non poter più coprire i rischi come in passato e il welfare non è più fattore di rassicurazione. Si pensi, per esempio, a quanto si è incrementata la tendenza dei cittadini a rinunciare – a causa di difficoltà economiche – a prestazioni sanitarie, anche diverse da quelle odontoiatriche da sempre a carico dei singoli.

È anche per queste ragioni che la “solitudine” è oggi una delle chiavi di lettura del Welfare. Si parla infatti di “Welfare della solitudine”, ovvero di un welfare state che, nell’impossibilità di compiere una riconversione efficace delle proprie azioni, finisce per abbandonare ognuno al proprio destino.

Nonostante ciò, dalle statistiche emerge un dato interessante: nella società italiana è diffusa la convinzione che spetti al sistema pubblico occuparsi di welfare affinché sia garantita equità sociale. Tuttavia, viste le manovre sui bilanci sopra menzionate, è chiaro che lo Stato ha ridotto di molto le proprie possibilità di riposta ai bisogni dei cittadini. Alcune emergenze sociali non sono oggi infatti compiutamente coperte dal welfare, prima tra tutte la gestione della non autosufficienza. Di fatto si può dire che sanità, previdenza e non autosufficienza appaiono oggi come settori dai quali è più facile drenare risorse, rispetto ad altri che per loro natura sono invece più resistenti ai tagli.

Date queste considerazioni, sembra invece evidente la necessità di una rilettura complessiva dei processi, puntando su nuovi strumenti virtuosi. Forse sarebbe utile cominciare concretamente a pensare a un welfare che non sia solo in rapporto all’azione pubblica, visto che in ogni campo d’interesse per i cittadini vi sono soggetti evoluti che cercano informazioni e soluzioni, e che le praticano autonomamente. Sarebbe giusto immaginare come protagonisti i giovani e i longevi attivi. Sarebbe strategico infatti dare loro la possibilità di generare valore per i singoli e per la comunità. In ultima analisi si tratta di valorizzare le risorse che già esistono senza aspettare quella “grande riforma” dall’alto, che rischierebbe di portare a dibattiti interminabili che creano solo contrapposizioni e che non producono risultati concreti.


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