Doll Therapy: il valore del rimando

doll-therapySono diversi anni ormai che si sente parlare di bambola terapia, o doll therapy. Si tratta di una terapia non farmacologica utilizzata per varie malattie, specie per le demenze. In pratica, consiste nel far accudire una bambola al malato. A quest’ultimo non spetta, per una volta, essere curato, ma prendersi cura di qualcuno.

L’essere umano, d’altronde, è un animale sociale, e una persona affetta da demenza continua ad avere le stesse esigenze emotive e relazionali di quando era in salute; queste esigenze sono però più difficili da soddisfare a causa dei limiti cognitivi portati dalla malattia. La bambola rappresenta proprio un modo per rispondere a queste necessità, diventa un canale di sfogo per le emozioni e gli affetti del malato; questo, peraltro, sembra portare anche a una diminuzione dell’ansia, dell’aggressività, dell’apatia. In altre parole, la doll therapy sembra soddisfare in pieno i requisiti di una terapia non farmacologica: in negativo, ridurre la necessità di sedativi e simili; in positivo, stimolare le capacità affettive e cognitive della persona.

Ma la bambola terapia è anche oggetto di critiche. Principalmente viene accusata d’infantilizzare l’anziano, poiché dandogli da accudire una bambola lo si pone sullo stesso livello di un bambino, ledendo la sua dignità. Quello che vorrei fare qui è indagare su quali presupposti si fondi questa critica, per vedere se siano o meno validi.

Il primo presupposto è che sia sbagliato che un adulto s’intrattenga con dei giocattoli; ma questo è tutto da dimostrare. Il gioco viene solitamente associato ai bambini, ma nella storia del pensiero è stato individuato addirittura come la dimensione più propriamente umana da illustri pensatori, da Nietzsche a Huizinga a Marcuse, e in generale non si trova un motivo valido per cui giocare con una bambola (e oltretutto nella doll therapy si tratta di accudimento più che di gioco) debba essere sbagliato o umiliante. Si può affermare che c’è uno stigma che associa le persone con demenza a bambini, considerando entrambi meno intelligenti di una persona adulta in salute, e che la bambola terapia dà l’occasione di perpetrare questo stigma. Ma il problema a questo punto non è nella doll therapy, ma nello stigma stesso: è lo stigma che va combattuto; contrastare la bambola terapia perché offre l’occasione di nutrire un pregiudizio sarebbe come non adottare bambini di colore per non stimolare il razzismo.

Anche ammesso però che sia sbagliato far “giocare” un anziano come un bambino, credo che il principale problema della critica d’infantilizzazione sia che ignora totalmente l’aspetto simbolico della bambola. Essa, come abbiamo detto, è un canale di sfogo per le esigenze affettive del malato. La bambola non è importante in sé, ma per ciò che evoca: è un rimando a qualcos’altro. Essa è investita con i ricordi e le emozioni fissate nella memoria a lungo termine della persona, diviene l’incarnazione di quei pensieri, attualizzandoli. Per un bambino, una bambola rappresenta un personaggio di fantasia; un anziano, invece, ha compiuto un percorso ben più lungo e vedrà in essa qualcosa di diverso. Come dice un detto zen,

Prima di raggiungere l’illuminazione, le montagne sono montagne, i fiumi sono fiumi. Al momento dell’illuminazione, le montagne non sono più montagne, i fiumi non sono più fiumi. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, le montagne sono montagne, i fiumi sono fiumi.

Al di là dell’orizzonte di senso dello zen, in queste parole si può leggere il processo di maturazione personale, durante il quale il mondo sembra trasformarsi, cambiare totalmente; una volta maturati, però, ci rendiamo conto che siamo soltanto noi a essere cambiati, che il mondo è diverso perché noi l’abbiamo rivestito di diversi significati. Allo stesso modo, un anziano affetto da demenza rivestirà la bambola di significati totalmente diversi da quelli di cui la investe un bambino: essa non è più un semplice personaggio di fantasia, ma l’incarnazione dei ricordi e dei sentimenti di una vita.

Credo che ritenere la bambola terapia lesiva della dignità del malato significhi esprimere un giudizio di superficie, basato sulla semplice identità tra il giocattolo per bambini e lo strumento terapeutico, che, per quanto siano lo stesso oggetto, costituiscono rimandi simbolici totalmente diversi, e in questa distanza si misura il valore e l’efficacia di questo tipo di terapia.


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