Sognando un mondo senza burnout

Sono scoppiata”, mi disse di botto. Le sue parole mi sorpresero un po’, ma feci finta di non cogliere e mi avviai verso il tavolo del buffet a scegliere qualcosa da mangiare: il mio non era solo appetito. Ma lei non si diede per vinta. Era una ragazza simpatica e non volevo essere scortese. “Eppure il lavoro mi piaceva, l’ho scelto io”, continuò. Le sue parole mi contagiavano tutta l’ansia di cui erano cariche. “Ma ora qualcosa non va più come prima, tutto mi pesa e faccio fatica a sopportare la gente che è sempre lì a chiedermi qualcosa. A volte divento perfino scortese, e questo mi disturba. Non ero così!”. (L. Sandrin, Aiutare senza bruciarsi. Come superare il burnout nelle professioni di aiuto, ed. Figlie di San Paolo, Milano 2004)

Comincia così la storia raccontata da uno psicologo, assillato da un’infermiera evidentemente stressata che gli reclama aiuto. La donna si definisce “scoppiata” e sembra non capacitarsi del suo stesso cambiamento: quel lavoro non le era capitato, l’aveva proprio scelto. Aiutare la gente – dirà qualche riga dopo – era sempre stato il suo sogno, fin da quando era bambina, perché voleva “rimarginare ferite”, “ridare gioia di vivere”.

Queste parole ci permettono di comprendere meglio quella che in letteratura viene identificata come la prima tappa del cammino negativo che può infine condurre al burnout[1]. La primissima fase è quella dell’ “entusiasmo idealistico”; entusiasmo che appartiene spesso ai “nuovi arrivati”, mossi dal loro ideale di “salvare il mondo”, innamorati di questa stessa possibilità che si trovano finalmente tra le mani. Le grandi energie e la giovane età vanno di pari passo con notevoli aspettative e speranze. Il nuovo arrivato non ha paura delle difficoltà ed è collaborativo con i colleghi, ma difficilmente riesce a tener separate le sue illusioni dalla realtà. Non solo: il professionista che si trova in questa condizione psicologica tenderà a identificarsi quasi completamente con le persone che hanno bisogno di essere aiutate, confondendo i propri sentimenti con quelli dell’altro, i bisogni altrui con “il proprio bisogno che gli altri abbiano bisogno.

Sono questi gli elementi che pongono le basi per passare gradualmente a stati sempre più elevati di stress, perché a poco a poco l’illusione si affievolisce, non riuscendo a tenere il passo con la realtà che non dà le conferme sperate.

È così che gradualmente la persona può entrare nella seconda fase, quella segnata dalla “stagnazione. Questa è la fase in cui ci si risveglia dal sogno, in cui compaiono i primi segni di fatica e si ha la sensazione di girare a vuoto. Si comincia a prendere coscienza del fatto che ai grandi investimenti di energia non seguono mai i risultati sperati. Ci si sente più stanchi, a volte irritati verso le persone che chiedono aiuto, ma anche verso i colleghi. Spesso sono piccole cose che disturbano e che non fanno sentire gratificati (come il fatto che nessuno dica mai “grazie”). L’individuo comincia a percepire nel proprio ambiente di lavoro (e dentro di sé) una sgradevole sensazione di disagio.

Con il passare del tempo la percezione di disagio s’intensifica e prende il sopravvento un nuovo sentimento, che caratterizza la terza fase del cammino: la “frustrazione”. L’ideale che muoveva la persona all’inizio ormai non è altro che un’utopia: è rimasta solo una realtà poco gratificante e carica di ostacoli che sembrano insormontabili. Frustrazione e disillusione generano nell’individuo una serie di sentimenti negativi che determinano il crollo dell’autostima: senso di fallimento e d’impotenza, sensi di colpa e di vergogna, ansia, sensazione di aver perso il controllo e di essere stati abbandonati da tutti. In questa fase la persona comincia ad avere dubbi sulle proprie capacità, che si trasformano spesso in dubbi sul significato del proprio lavoro, nonché – cosa ancora peggiore – sul proprio valore come persona. Non ci si sente più all’altezza del proprio compito, e ciò va a intaccare pesantemente il senso della propria identità. L’interpretazione del mondo di chi è in questa condizione, infatti, può cambiare rapidamente, in pochi passaggi: non si vedono i feedback sperati; si ha quindi la sensazione di non aiutare nessuno; ci si convince infine di non servire a nulla.

La frustrazione può generare poi malattie psicosomatiche, può indurre a esagerazioni nel cibo e nelle dipendenze, può portare a un peggioramento delle relazioni sociali e in famiglia. Questa è la fase più delicata di tutto il processo perché è come se, arrivato a questo punto, l’individuo si trovasse di fronte a un bivio. Da un lato può scegliere di uscire da questa situazione negativa, riconciliando in modo maturo il proprio ideale e la propria realtà; dall’altro lato però, può cedere di fronte alle difficoltà, procedendo nella direzione del ritiro, del disinteresse, dell’apatia.

L’apatia segna la quarta e ultima fase: il burnout vero e proprio. L’empatia con le altre persone è completamente azzerata, gli altri sono solo un peso, regnano la freddezza e il distacco emotivo. In particolare, le componenti fondamentali del burnout riconosciute in letteratura sono tre[2]:

  • Esaurimento emotivo: dopo il sovraccarico, ci si svuota. Sentendosi incapaci di darsi ancora agli altri, si pratica una presa di distanza. L’esaurimento coincide con una percezione costante di fatica psicofisica, unita alla sensazione di essere emotivamente svuotati.
  • Depersonalizzazione: è la strategia che si mette in atto per far fronte all’esaurimento emotivo. Si assume atteggiamento d’indifferenza – quando non di ostilità – nei confronti degli altri (tendenza a “tirarsi indietro”, a non prendere iniziative e a evitare rapporti significativi con chi ha bisogno d’aiuto).
  • Ridotta efficacia professionale: non ci si sente più in grado di dare un contributo efficace alla propria prestazione lavorativa (senso di impotenza e di inadeguatezza).

 

“La mia situazione”, mi disse come a chiudere la storia, “peggiora di giorno in giorno e penso di lasciare il lavoro. Forse i miei colleghi non avevano tutti i torti quando mi dicevano che ero partita troppo in quarta e che neanch’io avrei cambiato il mondo”. Parlammo ancora un po’. Le dissi tra l’altro che era libera di scegliere, ma era possibile continuare ad aiutare gli altri, e lavorare bene, senza bruciarsi. Ma forse bisognava rivedere qualcosa. […]. La rassicurai dicendole che non era sola e la sua situazione non era poi così strana. Mi guardò sollevata e mi sembrò di vedere nei suoi occhi come il riverbero di un sorriso dentro la sua malinconia.[3]

Così si chiude la storia dell’infermiera, per la quale l’idea di non essere sola di fronte a questo abisso è stata la base per poter ricominciare a costruire una nuova e più positiva visione del mondo. Il fenomeno del burnout è ampiamente diffuso e distruttivo, e riguarda in modo particolare chi lavora nel settore dei servizi alla persona. Averne una migliore conoscenza può aiutare a difendersi da esso.

Noi autori di #CAREMagazine ci stiamo impegnando per portare le nostre conoscenze in giro per l’Italia, alle strutture e agli operatori che ci ospitano. Anche qui, però, voglio lasciarvi un piccolo consiglio per migliorare un’eventuale condizione di stress!

Riflessioni per ridurre lo stress

Esistono piccole abitudini legate al nostro corpo che, se mantenute con costanza, possono produrre effetti benefici sulla nostra salute psicofisica e ridurre eventuali stati di ansia e di stress. Come ho già raccontato in una mia video-rubrica precedente, molte di queste abitudini hanno a che fare con la nostra postura. Citerò di nuovo quindi la recente pubblicazione di Amy Cuddy, docente e ricercatrice alla Harvard Business School, intitolata “Presence” e tradotta in italiano con “Il potere emotivo dei gesti”.

Servendosi di diversi studi scientifici l’autrice arriva a sostenere che l’idea che ognuno di noi ha di sé stesso è in stretta connessione con la forma che dà al proprio corpo nella postura (ma anche nella camminata, nei gesti, nella voce e attraverso la respirazione).

Si può quindi distinguere tra posture di dominio, che ci fanno apparire potenti, ma soprattutto che ci fanno sentire potenti, e posture limitanti, che ci fanno invece dichiarare impotenza a noi stessi e agli altri. Le prime sono caratterizzate da espansione del corpo: quando si ha fiducia nelle proprie capacità e ci si sente potenti, automaticamente ci si apre con il corpo, si tende a prendere spazio (mento alto, spalle indietro, petto gonfiato in avanti, gambe divaricate e braccia alzate). Quando ci sentiamo impotenti, invece, facciamo esattamente il contrario: ci chiudiamo, cerchiamo di farci più piccoli, non vogliamo entrare in contatto con le persone che ci stanno attorno, ci richiudiamo su noi stessi insomma (gesto tipico: coprirsi il collo con la mano). È facile capire dunque che il nostro stato mentale influenza il nostro corpo. Ma ancor più interessante da notare è il fatto che si può procedere con successo anche nella direzione inversa e fare cioè in modo che il nostro corpo influenzi la nostra mente. Ovvero, è possibile acquisire una maggiore sicurezza in sé stessi semplicemente cominciando a tenere per alcuni minuti ogni giorno posture aperte, che non ci facciano rimpicciolire ma che ci inducano anzi ad occupare tutto lo spazio fisico che ci è concesso.

Tra persone che si sentono “potenti” e persone che si sentono “impotenti” esiste un’importante differenza a livello fisiologico, che ha a che fare con gli ormoni. Da un lato abbiamo il testosterone, altrimenti detto “ormone della dominanza” e dall’altro abbiamo il cortisolo, detto anche “ormone dello stress”: in linea di massima, nelle persone sicure di sé  si troveranno alti livelli di testosterone in concomitanza a bassi livelli di cortisolo. Gli esperimenti condotti dal team di Amy Cuddy hanno portato alla conclusione che sono sufficienti due minuti di una “postura di potere” per modificare in questa direzione positiva i nostri valori ormonali, alzando il livello di testosterone e abbassando quello di cortisolo, ovvero portando la nostra mente in una condizione di fiducia, di agio e di assertività rispetto agli stimoli che ci vengono posti dalla realtà esterna. Al contrario, due minuti di pose limitanti possono essere sufficienti per farci sentire vittime dello stress, per rendere la nostra mente spenta e per darci la sensazione di non essere capaci di reagire.

Parlerò dal vivo di questi argomenti dopo domani, a Silea (TV): lo staff di #CAREMagazine organizza un pomeriggio formativo gratuito, presso la Fondazione Villa D’Argento. Se vuoi saperne di più CLICCA QUI!

Vi lascio in conclusione un video in cui la stessa Amy Cuddy spiega qualcosa a proposito di posture  e linguaggio del corpo. Buona visione!

 

[1] Cfr. Edelwich J., Brodsky A., Burnout: Stages of Disillusionment in the Helping Professions, Human Sciences Press, New York 1980; L. Sandrin, op. cit., pp. 47-52.

[2] Cfr. Maslach, La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri, Cittadella Editrice, Assisi 1992; E. Cantoni, Stress lavoro-correlato e burnout. Scopriamo insieme cause, indicatori e caratteristiche dello stress sul lavoro, in CARE Magazine, n. 2, 2016, pp. 16-17.

[3] L. Sandrin, op. cit., pp. 8-9.


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