Il piccolo pifferaio

Le Petit Joueur de flûteau è una di quelle canzoni di George Brassens a cui sono affezionata e che ascolto sempre per ritrovare e per ricordare un messaggio che mi è molto caro. La consueta ironia dell’autore e la capacità di trasformare i pensieri in storie è una caratteristica ricorrente delle canzoni di Brassens e la sua più grande cifra stilistica. Questo pezzo ha un carattere quasi autobiografico e racconta la storia di un musicista, un menestrello che non vuole essere né più, né diverso da ciò che è:

Le petit joueur de flûteau                            Il piccolo pifferaio

Menait la musique au château                      Suonava la sua musica al castello
Pour la grâce de ses chansons                       Per la grazia delle sue canzoni
Le roi lui offrit un blason                                Il re gli offrì un blasone
“Je ne veux pas être noble”                           “Io non voglio essere nobile”
Répondit le croque-note                                Rispose lo scrocchia-note
Avec un blason à la clé                                    con un blasone in più
Mon la se mettrait à gonfler                         il mio La si metterebbe a vantarsi
On dirait par tout le pays                               Si direbbe in tutto il paese
Le joueur de flûte a trahi                                che il pifferaio ha tradito

senza-titolo

Ho sempre immaginato il piccolo pifferaio come un uomo a tutto tondo, integro, genuino, che non ha bisogno di nulla di superfluo per essere in pace con se stesso. Egli mi ricorda la necessità di agire in modo conforme alla propria natura, assecondandola rispettosamente senza lasciarsi fuorviare e corrompere dall’eccedente e dall’inessenziale.

I versi di questa canzone mi fanno ripensare all’eterno dramma dell’uomo, al fatto di essere una creatura che ha infiniti desideri, ma finite possibilità. Sintesi fra finito e infinito, l’uomo ha sempre desiderato di raggiungere una felicità che fosse completa, appagata. Inoltre, il vivere costantemente lo scarto fra la proiezione del suo desiderio e il suo corrispettivo reale ha da sempre lasciato un senso di insoddisfazione e di incompletezza nel profondo dell’animo umano. La volontà di concretizzare ogni fantasia ha dunque costretto l’uomo ad una ricerca affannosa e costante di tutto ciò potesse colmare le sue bramosie. Ma quasi mai il risultato ottenuto somiglia a quello sperato e quasi mai l’uomo è capace di accontentarsi del soddisfacimento di un desiderio senza che subito ne faccia sorgere un altro. Che fare allora? Ci si deve davvero accontentare?

Non credo si possa fare a meno di ricercare una propria felicità o che si possa smettere di desiderare. Sarebbe come rinunciare alla parte più sublime di noi e che ci spinge quotidianamente ad agire sempre meglio e con una prospettiva nel futuro.

Probabilmente dobbiamo solo ricordarci più spesso la lezione del piccolo pifferaio e il rispetto che questi ha per se stesso, così come l’esempio di fedeltà che ha avuto nei riguardi della propria natura, rinunciando a tutto ciò che avrebbe potuto ottenere ma che avrebbe mutato il suo comportamento e che infine avrebbe portato tutto il paese a dire il pifferaio ha tradito.


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