Leadership e Silenzio

silenzioAbbiamo recentemente discusso dell’importanza delle parole, citando Nanni Moretti: “Chi parla male pensa male, e vive male”. Ma allora verrebbe da chiedersi: “Chi non parla non pensa?”. Può sembrare una domanda sciocca, eppure è illuminante indagare il valore che diamo al silenzio.

Eric Bronson, ad esempio, in un saggio del libro I Simpson e la Filosofia, prende in esame la piccola Maggie Simpson, ultimogenita della celebre famiglia gialla, che in più di vent’anni di episodi non ha mai spiccicato parola (o quasi). E Bronson si domanda: Maggie è un’idiota? A volte sembra, infatti, che non parli a causa della carenza di attenzioni da parte della famiglia, come se, per capovolgere la frase di Moretti, chi vive male finisca per pensare male e parlare male, o nel nostro caso non parlare. Eppure spesso Maggie ha dimostrato grandi capacità, dal mettere in fuga dei criminali a suon di pallottole al suonare pezzi di musica classica col suo xilofono giocattolo. Bronson fa notare che allora il fatto che Maggie non parli non significa che non pensi; la bimba potrebbe non essere un’idiota, ma addirittura un’illuminata: siamo noi a sopravvalutare il valore della parola. Come dice il Tao Te Ching, “Chi parla, non conosce. Chi conosce, non parla”.

Che in Oriente il silenzio sia prezioso è provato anche da una figura di cui abbiamo parlato in un altro articolo, quella del maestro. Giangiorgio Pasqualotto, nel libro East & West, traccia una chiara demarcazione tra il maestro occidentale, troppo spesso uomo di cultura gravido di nozioni da riversare nelle giovani menti dei suoi allievi, e il maestro orientale, che “è tanto più ‘potente’ quanto più è vuoto”. “Vuoto” nel senso di aperto al cambiamento, sapiente perché consapevole della relatività delle proprie conoscenze, per quanto vaste (cosa di cui fu esempio in Occidente Socrate), e quindi disposto ad evolvere assieme all’allievo. Il maestro non vuole impartire nozioni, ma praticare un modo di vivere, che l’allievo dovrà imitare. Il maestro tace più di quanto non parli. Allo stesso modo, il buon leader agisce più che parlare, poiché laddove la parola è prova della conoscenza di nozioni, il silenzio dimostra consapevolezza dei propri limiti.

Il silenzio, quindi, come segno di saggezza. Ma il silenzio può addirittura rivelarsi un’arma preziosa per non rimanere schiacciati, per esercitare a propria volta una leadership, per affermare la propria individualità. Giuseppe Conti, esperto di negoziazioni, ce ne offre un esempio perfetto, in un articolo del Financial Times: quando stava cercando una collaboratrice chiese a una delle finaliste dei colloqui quanto si aspettasse di essere pagata; lei rispose 65.000 dollari, e lui rimase in silenzio; dopo pochi secondi, la candidata aggiunse “posso accettarne 62.000”; dopo un’altra breve pausa del futuro capo, lei sentenziò “non dovrebbero essere meno di 60.000”. Ecco che il silenzio aveva indotto l’aspirante collaboratrice ad abbassare il tiro di ben 5.000 dollari. Perché? Perché se il datore di lavoro avesse detto di no, avrebbe aperto un dialogo, aprendo il campo delle contrattazioni; il suo silenzio, invece, per quanto non significasse per forza un rifiuto, nascondeva in sé anche quest’opzione, senza però offrire la possibilità di ribattere; l’unica risposta possibile era una risposta migliore, che in quel caso corrispondeva alla richiesta di uno stipendio inferiore.

Si può dire che il silenzio stia alle parole come lo zero ai numeri naturali: il suo valore dipende dall’uso che se ne fa. È allo stesso tempo il nulla e il tutto, poiché racchiude in sé vaste potenzialità: una pausa messa al punto giusto dell’esposizione può trasformare un discorso che vale 1 in uno che valga 10.

Il silenzio è il non detto e l’ignoto che non viene pronunciato lascia spazio all’immaginazione, generando risultati più potenti di infinite parole.

Mi sembra di aver detto abbastanza, perciò… Silenzio!


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