Leadership e parole

parole“In principio era il Verbo”. Così si apre il Vangelo secondo Giovanni. Già da qui capiamo l’importanza della parola per il mondo occidentale, nonché per gli esseri umani in genere. L’uomo, d’altronde, è sì un animale sociale, come diceva Aristotele nella Politica, ma potremmo anche definirlo un animale verbale: il linguaggio codificato è ciò che lo distingue da tutti gli altri animali; per quanto si faccia sempre più attenzione al linguaggio non-verbale, a quello del corpo, il livello più elaborato di comunicazione è sicuramente quello orale.

Il linguaggio, così importante nella vita degli esseri umani, diventa un elemento fondamentale per la leadership. Il buon leader, per essere tale, deve prestare la massima attenzione alle proprie parole: egli deve sì avere certi tratti caratteriali, deve sicuramente essere attento al suo corpo e a come si pone nello spazio, ma, come abbiamo detto in precedenza, deve anche saper ispirare. E per fare questo è necessario un sapiente uso dei vocaboli. Essi possono scivolare inascoltati, sgretolare le intenzioni oppure incendiare gli animi: c’è una notevole differenza tra dire “quando ve lo dico cominciate” e “al mio segnale scatenate l’inferno”.

Possono sembrare differenze superficiali, ma, come abbiamo visto a proposito del linguaggio del corpo, ciò che avviene in superficie risuona all’interno delle persone. Come dice Nanni Moretti in Palombella Rossa, “chi parla male pensa male, e vive male”. Non a caso, gli esperti di leadership consigliano con forza una consapevole cernita delle parole. Danny Iny, autore di libri di successo sull’argomento, stila addirittura un elenco di cinque espressioni che il leader deve sempre utilizzare: “e”, “perché?”, “dimmi di più”, “se” e “Che cosa pensi dovremmo fare?”. Sono semplici parole, eppure comunicano un senso d’inclusione (la congiunzione “e”), un interessamento agli altri e alle loro idee (“perché?” e “dimmi di più”), una malleabilità necessaria nel lavoro di gruppo (“se”) e un approccio democratico (“che cosa pensi dovremmo fare?”).

Le parole sono veicoli, che trasportano un nostro pensiero fino agli altri, i quali dovranno risalire dall’espressione verbale fino all’idea che le è stata affidata. In questa spedizione di pensieri si generano spesso degli equivoci, perché il pensiero che vogliamo “infilare” nelle parole è troppo grande per la loro limitatezza. Ma gli equivoci possono essere arginati, poiché usando con attenzione i termini ci si può avvicinare sempre di più a esprimere il nostro pensiero originale. E c’è di più: per quanto nel passaggio dalla nostra parola al pensiero dell’ascoltatore si nasconda il rischio dell’equivoco, lì si cela anche il potere dell’ispirazione; quello che normalmente è solo un insieme di lettere, combinato nel modo giusto con altri termini genera, quando arriva alla mente dell’ascoltatore, pensieri e inclinazioni inaspettati.

Il buon leader deve imparare a utilizzare le parole in modo che non si spengano incomprese nelle orecchie degli altri, ma si accendano e generino un fuoco nella mente di chi ascolta. Persino un mago, d’altronde, in una famosa serie di film per ragazzi, arriva ad affermare: “Le parole sono, nella mia non modesta opinione, la nostra massima e inesauribile fonte di magia”.

Vi auguro quindi di imparare sempre più a padroneggiare la magia delle parole, e per ora vi lascio con due spunti: uno è un utile strumento sul sentiero delle parole, il sito “Una parola al giorno” (http://unaparolaalgiorno.it/), che come dice il nome spedisce ogni giorno via mail agli iscritti una nuova parola, con approfondimenti sull’etimologia e il significato; l’altro è un’ulteriore riflessione su questo tema, la canzone “Le mie parole” di Pacifico.

E ora di parole ne ho dette abbastanza, ditecene alcune voi commentando qui sotto!

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